lo zen

“Non uscendo dalla porta si conosce il mondo.
Non guardando dalla finestra si scorge la via del cielo.”

Lao Tzu

Il buddhismo zen si colloca nella tradizione spirituale religiosa inaugurata in India dal Buddha Shakyamuni 2500 anni fa e che in occidente, nel XVII secolo, trova un involontario sostenitore in Spinoza, il quale affermava che tutto cio che esiste é Dio, cioè natura.

I principi fondamentali del buddhismo sono quelli espressi nelle Quattro Nobili Verità, che descrivono sia la sofferenza e l’insoddisfazione legate alla condizione umana sia le cause di questo stato di cose e la possibilità di liberarsene

massaggio massaggi relax benessere erica megaLo zen si è sviluppato in seno al buddhismo del Grande Veicolo (Māhāyānā) facendo propri gli ideali di compassione e di salvezza di tutti gli esseri; approfondisce nella pratica le nozioni provenienti dai grandi sistemi filosofici sviluppati da questa corrente del buddhismo quali l’adeguamento della vacuità e dei fenomeni, la compenetrazione di tutti i fenomeni, la realizzazione del risveglio in seno all’illusione o la natura di buddha inerente a tutti gli esseri.

Più generalmente, la pratica dello zen Sōtō si realizza attraverso tre aspetti: i precetti, la meditazione, la saggezza. In modo particolare, sottolinea i seguenti punti:

  • l’unità della pratica e della realizzazione; la pratica e lo studio non sono mezzi per raggiungere uno scopo (il risveglio, la realizzazione) ma sono in se stesse la concretizzazione del risveglio, della realizzazione
  • la trasmissione giusta dello spirito dei Buddha si realizza nell’incontro tra individuo e individuo, tra maestro e discepolo
  • la vita quotidiana e lo spirito così com’è, non sono altro che espressione della vita e dello spirito di Buddha
  • il sentimento di gratitudine e la sua espressione rituale sono costitutivi della pratica
  • l’attenzione alla forma e l’intuizione della totalità non sono separate
  • la pratica e la dottrina si compenetrano perfettamente.

Nel corso della storia si è constatato che la mente dell’uomo è capace di due tipi di conoscenza: la prima modalità è quella razionale, tenuta in grande considerazione dall’occidente, la seconda è quell’intuitiva che, in genere, è esattamente l’opposto, ed è confacente all’atteggiamento orientale.

La conoscenza razionale appartiene al campo della scienza e dell’intelletto, la cui funzione è quella di analizzare, discriminare, dividere, confrontare, misurare e ordinare in categorie.

La conoscenza razionale è un sistema di concetti astratti e di simboli; in questo modo si considera l’ambiente naturale come se fosse costituito da parti separate, e si costruisce una mappa intellettuale della realtà, nella quale le cose sono ridotte ai loro contorni.

Il pensiero orientale, e più generalmente il pensiero mistico, fornisce alle teorie della scienza contemporanea un importante e coerente riferimento filosofico: una concezione del mondo nella quale i due temi fondamentali sono l’unità e l’interdipendenza di tutti i fenomeni e considera l’uomo come parte integrante di questo sistema.

massaggio massaggi relax benessere erica megaCiò che interessa ai mistici orientali è la ricerca di una esperienza diretta della realtà, che trascenda non solo il pensiero intellettuale, ma anche la percezione sensoriale. La conoscenza che deriva da un’esperienza di questo tipo viene chiamata dai buddisti “conoscenza assoluta”, perché non si basa su discriminazioni, astrazioni e classificazioni dell’intelletto, che sono sempre relative e approssimate; essa è, come dicono i Buddisti, l’esperienza diretta dell’essenza assoluta, indifferenziata, indivisa, indeterminata.

La conoscenza assoluta è quindi un’esperienza della realtà totalmente non intellettuale, un’esperienza che nasce da uno stato di coscienza non ordinario, che può essere chiamato uno stato meditativo, o mistico. È la realtà della vita del Sé, che vive solo così com’è, la nuda esperienza della vita (essere vivo soltanto ora).

Essere consapevoli del Sé significa essere gioiosi.

“Cosa fa un Buddha sotto l’albero della Bodhi? Non fa nulla. Si limita ad essere”.

Egli è colmo di un’insondabile gioia, perché ora non rimane nulla da raggiungere.

Infatti, nel buddhismo non vi è uno scopo e l’obiettivo non è cercare risposte, ma far cessare le domande. Nel proprio essere si scopre che qualsiasi cosa degna di essere raggiunta esiste già. Il semplice accadere della vita, l’espirare e l’inspirare, il semplice pulsare della vita, è beatitudine. Non ha nulla a cui pensare, non pensa alla famiglia, né pensa al futuro, è semplicemente immerso nella beatitudine –  il giusto modo di essere – non vi è passato, né futuro. Osservare senza giudicare, ovvero fare sati, diventare ossevatori.

Non sta andando da nessuna parte, il cuore batte, il respiro entra ed esce, il sangue circola, semplicemente esiste, tutto è vivo e pulsante. Un’energia priva di scopo, che fluisce senza meta, che fluisce ovunque, ma che non va da nessuna parte. Fluisce verso il nulla. L’estasi non è una meta. È qui e ora, proprio nel movimento; è felice di per sé, proprio nella pulsazione dell’essere vivo.

Lo zen, che fu fortemente influenzato dal Taoismo, si vanta di essere senza parole, senza spiegazioni, senza istruzioni, senza conoscenza. Esso si concentra quasi interamente sull’esperienza di illuminazione (satori), che non consiste nel fare qualcosa, o nell’ottenere qualcosa, ma, semplicemente, nel riconoscere quello che è sempre esistito di fatto, impegnandosi solo marginalmente a interpretare questa esperienza.

A causa dell’educazione e del condizionamento ambientale, il funzionamento delle nostre menti è legato a un sistema particolare di logica (formato da concetti) e ogni cosa viene considerata attraverso un sistema di opposti: buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato. A causa di questo modo di giudicare non possiamo raggiungere l’unità attraverso la molteplicità. Lo scopo dello Zen è quello di andare al di là dei legami della dualità, rinunciare a tutti i concetti creati dall’intelletto e vedere le cose come realmente sono, per mezzo dell’introspezione intuitiva.

Poiché il flusso della mente non può essere fermato mediante uno sforzo egocentrico di volontà, quello che si richiede, momento per momento, è l’osservazione continua della dualità, della tendenza continua del nostro io, delle tendenze che costituiscono i nostri pensieri, i nostri sentimenti, il nostro corpo.

Le percezioni non sono vere, non sono obbiettive, ma bensì oggettive e individuali, per esempio la percezione del dolore: non esiste dolore uguale per tutti, ognuno lo vive a suo modo, e quindi ognuno lo percepisce e sperimenta a suo modo. Le percezioni non sono naturali, le abbiamo apprese, le abbiamo imparate e le manteniamo in vita per abitudine, ma esse sono false, in quanto prodotte solo dalla nostra mente e quindi non reali.

Tutto cio in cui crediamo é frutto della nostra mente, mentre tutto cio che esiste è frutto di una mente universale (buddha).

Nel buddhismo si parla del pensiero come di un senso e quindi, come gli altri cinque sensi, è falso, frutto solo della nostra mente. Infatti false sono le cinque skandha del buddhismo, ovvero i problemi a cui noi crediamo, essi sono:

  • samina (percezioni)
  • vedana (sensazioni)
  • vijnana( coscienza o pensieri)
  • samskara (ricordi)
  • rupa (forme)

In tutto il misticismo orientale, l’intelletto è visto soltanto come un mezzo per aprire la strada all’esperienza mistica diretta, che i Buddhisti definiscono risveglio. Lo zen insegna che il risveglio (satori) attraverso la meditazione è al termine della attesa-attenzione, che deve essere una vigilanza senza oggetto, un’osservazione. Non c’è nulla da attendere, infatti: ciò che succede, succede, e non vi è scopo, non vi è obbiettivo, non ci sono risposte. Non esistono leggi, regole o scopi, né in natura né nei pensieri. Riacquistare la spontaneità della nostra natura originaria, la natura di Buddha di tutte le cose, richiede di fare l’esperienza di sentire la nostra natura originaria.

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Il programma fondamentale dello Zen è quello di calmare la mente e il corpo, in un primo tempo, mediante la pratica della meditazione, per arrivare a una visione interiore: girando il proprio sguardo verso l’interno, ciascuno depone naturalmente i limiti dell’egoismo e fa direttamente l’esperienza del risveglio alla sua vera natura. La base della filosofia Zen è il silenzio, è il Ku (il silenzio totale), che è la condizione originaria della natura umana. Praticare al di là di ogni oggetto è lo zazen più elevato; soltanto sedersi senza scopo. Durante lo zazen non si pensa; anche se il subconscio si manifesta, si lascia passare, non si ferma il pensiero, non si trattiene, non ci si aggrappa a nulla. In questo modo la coscienza diventa illimitata, infinita.

È la coscienza cosmica.

Il metodo Zen è un metodo prescentifico, metascentifico, o perfino antiscentifico. In questo modo lo Zen si immerge nella fonte della creatività e beve da essa tutta la vita che contiene. Tale fonte è l’inconscio dello Zen. L’inconscio è fuori dall’ambito della ricerca scientifica, l’inconscio si può solo sentire, e non nel senso comune del termine; pertanto, bisogna imparare a padroneggiare le vie dell’inconscio e la saggezza sconosciuta del Sé. Ciò che esiste nel centro interiore è al di là di ogni spiegazione. Viceversa la scienza inizia là dove comincia la spiegazione, all’esterno; è una ricerca sulla circonferenza. Di solito la consapevolezza scientifica è oggettiva: conosci gli altri, conosci il mondo, conosci le stelle.

Nel momento però in cui la consapevolezza si rivolge all’interno e inizia a conoscere se stessa, in altre parole, nel momento in cui la consapevolezza diventa oggetto della propria conoscenza, l’illuminazione fiorisce. D’ora in poi la consapevolezza sarà il padrone e l’inconsapevolezza il servitore. La porta della verità non è né il centro né la circonferenza, ma uno stato in cui colui che vede e la cosa vista, l’osservatore e la cosa osservata, coincidono. Solo l’uomo libero da opinioni e da idee giudizi e preconcetti può vedere l’unità e l’integrità della vita.

massaggio massaggi relax benessere erica megaScoprire il proprio inconscio non è un atto intellettuale, ma un’esperienza affettiva che non può essere completamente spiegata a parole, perché solo l’esperienza diretta può essere integra.

L’intelletto, in ultima analisi, è superficiale; è qualcosa che fluttua sulla superficie della coscienza, e la superficie si deve spaccare affinché si possa raggiungere l’inconscio cosmico; lo spirito logico deve dissolversi progressivamente per consentire al pensiero trans-logico e unificatore dello Zen di emergere. Una volta che tale livello viene raggiunto, la comune coscienza viene pervasa dal flusso dell’inconscio: è questo, appunto, il momento in cui lo spirito finito comprende di avere le proprie radici nell’infinito.

La presa immediata e piena sul mondo è proprio la finalità dello Zen, è l’autentico risveglio che si trova alla radice del pensiero creativo intellettuale e dell’immediata comprensione intuitiva: equivale al superamento della contaminazione affettiva e della manipolazione cerebrale, alla scomparsa della polarità conscio e inconscio. Significa non avere nulla ed essere.

Il seguace dello Zen consegue qui il suo oggetto, perché è giunto a destinazione; egli è adesso pervenuto al cuore della dualità e include in sé tutto ciò che vi è di intellettuale, affettivo o creativo in modo indiscriminato, indifferenziato o, meglio, assoluto. Le sue attività non sono cambiate, ciò che è cambiato è la sua soggettività.

La mia esperienza personale della consapevolezza nella vita di tutti i giorni è quella di perderla facilmente, continuamente, in ogni momento. Mi capita a volte di perdermi nelle reazioni, o mi isolo da ciò che accade. Ogni giorno, infinite volte perdo la consapevolezza; spesso cado vittima della “tigre della mente”. Purtroppo le pressioni, le tensioni e la frenesia della vita non sono certo condizioni ideali per la consapevolezza. Tuttavia non appena riconosco di averla smarrita posso ricominciare da capo, una volta che ci si è resi conto della falsitá della realta in cui abitualmente viviamo, per tornare nella piena consapevolezza, decidendo e agendo liberamente.

Si affaccia, così, un Sé semplice, basato sul respiro, capace di arrendersi al momento presente. Ecco quanto voglio sottolineare come esperienza personale: nel momento in cui riconosco di aver smarrito la consapevolezza, l’ho già riconquistata, perché quel riconoscimento stesso è una funzione della consapevolezza. La consapevolezza infatti non è qualcosa di astratto o lontano: per ognuno di noi prende vita nel momento in cui iniziamo, e ogni volta che ricominciamo.

Essere consapevoli, svegli, ricordarsi di Sé, osservare, non farsi travolgere dal chiacchiericcio della mente, questo è il potere della consapevolezza, essere attenti e presenti con equilibrio, serenità e comprensione, sia che l’esperienza sia piacevole, spiacevole,  o neutra. Restare un semplice testimone indifferente.

Quando siamo presenti, osserviamo con la visione meditativa, con un’attenzione profonda e penetrante, caratterizzata dall’assenza di superficialità, e sappiamo incontrare direttamente ciò che accade nel nostro mondo (la nuda realtà), con apertura, sensibilità, lucidità. Quando accendiamo la luce dell’attenzione saggia, possiamo vedere con chiarezza, comprendiamo che non dobbiamo fare neppure un passo in nessuna direzione, per ritrovare il nostro posto dove possiamo essere a nostro agio; è proprio qui, dove ci troviamo ora.

Non bisognerebbe mai stare in un posto a cui non si appartiene.
Bob Dylan

Di solito, manchiamo d’intuizione e di una chiara visione, perché siamo prigionieri dei nostri condizionamenti. La realtà è già presente in noi, ma, per la nostra cecità, essa ci sfugge completamente. In un certo senso sperimentiamo qualcosa di continuo, ma siamo scarsamente in contatto con le nostre esperienze, solo a metà svegli di fronte alla realtà. Un momento di veglia, un momento di contatto con la realtà, è quello in cui i fantasmi dei nostri sogni a occhi aperti possono venire riconosciuti per quello che sono, è un momento di addestramento all’esperienza, attraverso il quale possiamo imparare, per esempio, che non c’è nulla da temere, o che la soddisfazione di essere vivi supera la sofferenza o la perdita che avremmo voluto evitare col nostro dormiveglia.

Colui che ha sviluppato la stimolazione dall’interno può ricongiungersi, così, ai suoi sensi ed entrare in contatto con la propria esperienza, ridestandosi e tornando alla realtà nuda della vita che è “il Sé in Sé per Sé”, il Sé che fa se stesso in Sé stesso, qualunque cosa capiti.

massaggio massaggi relax benessere erica megaQuesta è la vera dimensione spirituale, quel punto in cui non si è più diretti dall’io, ma da una coscienza non dualista; non c’è più nessuno che pensa: “tu giungi senza alcun concetto di giungere e vedi senza alcun concetto di vedere”. Fino a quando non avremo superato il dualismo, non conosceremo la libertà definitiva. Realizzare questa profonda comprensione di se stessi è la fonte della vera saggezza; l’autentica saggezza risiede nell’osservazione e nella conoscenza di se stessi.

Le azioni che affermano la vita piuttosto che negarla, che rivelano piuttosto che nascondere, che esprimono piuttosto che reprimere, sono in un certo senso non azioni. L’azione, infatti, contrariamente alla manipolazione (di se stessi o degli altri) viene sperimentata come fluente dall’interno, invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci. Per finire, voglio dire che la consapevolezza è il nostro vero Sé: è ciò che siamo.

Perciò, in un certo senso, non c’è bisogno di sviluppare la consapevolezza: basta rendersi conto di come la blocchiamo con pensieri, fantasie, opinioni e giudizi, ognuno é gia buddha e non deve divenirlo.

Stare semplicemente nell’istante; fare una cosa alla volta e consegnarci totalmente a essa è il modo più efficiente di vivere; è essere semplicemente qui, vivere la nostra vita. “Niente di speciale”. La vita è così com’è, il lavoro è così com’è, il mondo è così com’è e forse, se sappiamo accettarlo così com’è, ci sveglieremo al suo significato.

D’altra parte é cosi.

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